Abecedario moldavo: S come SOCIETÀ CIVILE

Vitalie Sprînceană

Ultimul articol din seria de discuții cu Francesco Brusa, despre societatea civilă. Originalul se găsește pe balcanicaucaso.org.

La lettera S di uno speciale abecedario, dedicato ai 25 anni dall’indipendenza della Moldavia. L’opinione di Vitalie Sprinceana, sociologo e giornalista per Platzforma.md

La cosiddetta società civile, se pensiamo soprattutto alle ONG e alle varie associazioni a metà fra pubblico e privato, è un settore consistente in Moldavia. Inoltre, si è da poco concluso un ciclo di proteste sorprendentemente duraturo e partecipato. Qual è lo “stato di salute” della società civile nel paese? Quali sono i suoi maggiori punti di forza e quali invece gli elementi che tendono a dividerla?

Forse è possibile distinguere due differenti “livelli” di società civile in Moldavia. Da una parte c’è ovviamente la società civile in generale, che corrisponde alla popolazione moldava nel suo complesso e nei suoi momenti di esposizione pubblica (come le proteste dello scorso anno). Dall’altra è presente un’accezione maggiormente specifica del termine, più o meno quell’area grigia fra pubblico e privato in cui operano per esempio le ONG, che è stata sostanzialmente importata durante negli anni ’90.

Può apparire magari curioso, ma già un decennio prima del crollo dell’Unione Sovietica esistevano manifestazioni e dibattiti spontanei su temi come quello dell’ecologia, esistevano concezioni artistiche alternative… eppure nessuna di queste si definiva come parte della “società civile”. Si tratta dunque di un concetto che si è originato e si è diffuso dopo l’indipendenza, soprattutto con l’afflusso di soldi e istituzioni occidentali. E a mio modo di vedere proprio la sua dipendenza da finanziamenti esterni, che è ancora attuale, ne costituisce anche la maggiore debolezza.

Le associazioni rischiano di essere completamente asservite ad agende politiche internazionali, finendo col perdere di vista il contesto e col farsi portatrici (più o meno consapevoli) delle ideologie di mercato più aggressive. Trovo infatti sintomatico che in questi 25 anni gli sforzi della società civile si siano focalizzati quasi esclusivamente sulla riforma dello stato, tralasciando appunto l’area della finanza e del mercato. Il risultato è che la Moldavia ha ora un apparato di leggi certo molto avanzate ma allo stesso tempo soffre cattive pratiche di business: ci sono monopoli in svariati settori, la concorrenza è spesso sleale e arriva fino all’intimidazione fisica, etc. In più, nel nome del cambiamento, lo stato viene sempre più decentralizzato e reso flessibile, erodendo il sistema di welfare. La società civile cioè si è trasformata in un’alleata del mercato contro lo stato.

Tuttavia è chiaro che esistono anche aspetti positivi. L’impegno di parte della popolazione nel “terzo settore” ha creato un capitale creativo che si sta diffondendo anche al di là dell’ambiente delle ONG. Soprattutto in contesti più ristretti come quelli dei villaggi stanno nascendo iniziative autonome e originali, che spesso riguardano il cambiamento del tessuto urbano e comunitario.

Proprio su questo terreno si giocano secondo me anche le potenzialità della società civile in senso lato, che ha recentemente attraversato una fase importante con le proteste e l’acampada cittadina in seguito al furto dalle casse dello stato. Mantenere le tende in piazza per un periodo così lungo è stato qualcosa di sorprendente. Inoltre, non solo gli accampamenti hanno resistito in un clima molto ostile da parte dei media e dei politici ma anche hanno visto una grossa solidarietà trasversale della popolazione (c’erano offerte di soldi e cibo, si è riuscito a preservare sempre l’ordine sufficiente…). Tuttavia, è mancata una visione strategica nel lungo termine che riuscisse a coinvolgere altre zone oltre al centro della capitale. Gli organizzatori si sono preoccupati più di apparire in televisione che di elaborare piani per allargare la partecipazione, rendendola più aperta e democratica. Ma soprattutto non hanno mostrato alcuna volontà di lavorare sul territorio, di immaginare metodi di protesta che potessero coinvolgere la aree rurali (c’è stata partecipazione dai villaggi, ma a tutti veniva comunque chiesto di arrivare a Chișinău).

Il risultato dunque è stato quello di “raffreddare” l’energia della società civile: rispetto a un anno fa la popolazione appare certamente più stanca e disillusa, senza alcuna spinta a impegnarsi nella vita pubblica. Verrebbe da dire che alla fine le proteste hanno fatto un grosso favore allo status-quo. Abbiamo però certamente assimilato nuovi strumenti per creare comunità, che potranno tornare utili per il futuro.